show me the place

Mi hanno asportato
un neo, anzi no
un nevo.
Non ero mai entrato
in una sala operatoria.
Con i monitor
i beep
le luci
e quell’odore strano.
Mi sono spogliato
mi hanno invitato
a stendermi
e a scendere dal
tapis roulant.
– Cosa intende dottoressa ?
– Intendo dire che ha 130 battiti al minuto. Grosso modo la frequenza d’un centometrista.
– Ah.
– Non se ne era accorto ?
– Beh, sì. Avverto una leggera ansia.
– Mi auguro non sia sempre questa la sua condizione di riposo.
Faccio spallucce come di consueto accade in circostanze come questa.
Sorrido.
Anche lei.
– Può calmarsi se le va. Ci vorrà poco e non sentirà nulla. Giusto un leggero torpore dovuto all’anestetico che si esaurirà in poche ore.
– Ci provo. Ma senza la mia paura, mi fido poco. Piuttosto, si può togliere il beep ad ogni battito ?
– Purtroppo no. Per questo mettiamo sempre un po’ di musica.
– Si può alzare allora qual tanto per non tagliare il traguardo dei 150 ?
– Non si potrebbe ma va bene.
Indica all’infermiera dove andare.
Poco dopo Leonard Cohen intona: “show me the place.”
Ma non una versione qualunque.
Quella del Madison Square Garden del 18 dicembre 2012.
Passa qualche istante.
La dottoressa osserva il monitor cardiaco ma prima si sofferma su di me.
Sono in un mare di brividi.
Scuote la testa.
Sorride di nuovo.
– E’ tutto ok ?
– E’ tutto ok. So nuotare.
Avrà forse quarant’anni, qualcuno di più all’altezza degli occhi. Capelli lunghi castani come il più vero degli autunni.
E’ proprio bella.
Sarebbe un peccato se non ci fosse qualcuno a ricordarglielo ogni giorno.
Poi mi volto
perché prima d’essere un centometrista, sono un incontrollabile curioso e vedo il nevo.
Più somigliante ad un girino
che ad un tumore benigno.
Pensavo peggio.
– Abbiamo quasi finito. Mi raccomando di non fare la doccia almeno fino alla seconda medicazione.
– Certamente.
– Ecco fatto. Era bello profondo. Abbiamo messo quattro punti. Le darà un po’ di dolore, specie questa sera. Prenda un antidolorifico e cerchi di riposare dalla parte della spalla buona.
– Cercherò innanzitutto di dormire.
– E’ importante il riposo. E sono importanti i sogni. Lei fuma ?
– Poco.
– E sogna ?
– Troppo.
– Può sempre migliorare. Aspetti ancora qualche minuto seduto e poi si faccia accompagnare in sala d’attesa dall’infermiera. Arrivederci signor Zorretta.
– Arrivederci dottoressa.
Arrivo a casa. Non sento molto fastidio.
Provo a prendere sonno.
Il mio ex-nevo si sveglia d’improvviso. Forse ha avuto un incubo, forse è incazzato.
Non ha tutti i torti penso. Lo sarei anche io.
Provo a mettermi a pancia all’aria.
No.
Così mi vien da pensare.
Leggo un po’. Pesco dal buon Charles. Lui è un duro. Si sarebbe alzato nel cuore della notte osservando per un istante il suo ex-nevo e poi, c’avrebbe buttato sopra del Whisky.
Ma io non sono Charles e prendo un oki dal mobile del bagno.
Mi addormento questa volta.
E forse sogno pure qualcosa di bello. Dovrò ricordarmi di dirlo alla dottoressa.
Suona la sveglia.
Ho gli occhi sembrano due funghi champignon capovolti.
Ho dormito ma senza riposare, cosa che mi succede spesso.
Caffè. Sigaretta.
Ho voglia di farmi una doccia. Non posso.
Mi lavo a pezzi che forse dopo il sudore, è la cosa che odio di più al mondo.
Ho un cerotto che sembra una lenzuolo matrimoniale.
Mi vesto con proverbiale attenzione.
Entro in macchina, accendo la radio.
Di nuovo Cohen. No. C’è qualcosa che non va.
Finisce So Long Marianne. Lo speaker ne conferma la morte. Avevo intuito fosse una giornata di merda.
Accosto con la macchina, spengo il motore.
Mi ritrovo nello stesso mare di brividi. Ma ho dimenticato come si nuota.
Fanculo vado a fondo.
Mr Cohen
se vuole, può scendere dal tapis roulant.
La guerra per lei è finita.
E’ giunto il momento di tornare a casa.

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